domenica 14 gennaio 2018

Perdere la Trebisonda


Questa volta è andata bene, l'aereo della turca Pegasus è rimasto lì fra color che son sospesi e nessuno si è fatto male, quindi il pilota non ha "perso la Trebisonda" fino alle estreme conseguenze.
Perché proprio questo era il significato originale del vecchio motto italiano. Lo hanno creato nel Medioevo i marinai delle navi che trasportavano merci nel Mar Nero verso Costantinopoli provenendo dall'antica Tana (la greca  Τάναϊς, Tánaïs).
Era una città della Palude Meotide, il Mar d'Azov, alla foce del Don, importante terminale della Via della Seta settentrionale; colonia genovese e prima ancora veneziana, tant'è vero che da lì iniziarono i loro viaggi verso la Cina i tre Polo.
Per raggiungere Costantinopoli, le navi, uscite dalla Meotide (Azov), attraversavano il Mar Nero fino alla costa settentrionale dell'Anatolia avendo come punto estremo di riferimento Trebisonda, la greca Τραπεζούντα (Trapesunta), ora Trabzon, per poi proseguire a ridosso della costa fino all'imbocco del Bosforo e da lì raggiungere i ricchi fondachi (veneziani e genovesi) del Corno d'Oro a Costantinopoli.
Ma il Mar Nero è infido, flagellato da furibonde tempeste, e se il nocchiero "perdeva la Trebisonda", ovvero non riusciva riparare in quell'estremo riparo a Oriente, la sua nave si perdeva nell'ansa della Colchide e nessuno la vedeva più se non presumibilmente i pirati georgiani…

mercoledì 27 dicembre 2017

I cristiani monofisiti siriaci. Dimenticati da tutti, massacrati da tutti. Da sempre…

Il vescovo Javanis di Mar Gabriel
Arriva finalmente notizia che per i siriaci iracheni sarebbe possibile cominciare a tornare nelle loro case lasciando quelle dei parenti turchi, che li hanno ospitati generosamente — e non senza rischio — in questi terribili mesi. Quando viaggiavo da quelle parti non mi è stato possibile visitare la loro terra — i viaggi individuali erano severamente proibiti dal governo dell’Iraq, niente visti —, ma ho girato qua e là con grande piacere ed emozione in quella dei turchi. Ne ho raccontato qualcosa nel mio romanzo “L’Araba Fenice” (uscito nel 1986 con il titolo “La civetta sul comò” per imposizione dell’editore), ma soprattutto ne ho scritto nel mio primo libro di viaggi, “Güle güle. Parti con un sorriso”. Ecco qui di seguito quei miei ricordi.

«La notte trascorsa sul Nemrut Dagi, con la giornata che l'aveva preceduta, è probabilmente stata una delle più singolari e affascinanti della mia vita, insieme a quelle del Sahara di qualche anno prima. Ma non ne scorderò mai nemmeno un'altra, di un paio di giorni prima. E di entrambe devo ringraziare l'imam Khomeini e i tumulti dei suoi seguaci. Senza di essi, quell'estate del 1978 sarei andato in Iran e non sarei sceso nell'estremo Sud-Est dell'Anatolia.

Caracollando lungo il margine del Kurdistan iracheno dopo essermi fermato un paio di giorni a sguazzare nel sale del lago di Van – visitando rovine armene e urartu –, ero arrivato a dormire a Mardin, città bellissima, nobilissima, adagiata sul fianco di una rupe rocciosa davanti al deserto siriano. Dalla finestra del mio albergo, che dominava tutto, si vedeva una sfilata di tetti digradanti, una vera e propria scalinata di terrazzi piena di vita giorno e notte. Tutta la città sembrava dormire sui tetti.

Anche lì avevo avuto qualche inconsapevole problemino di Ramadan, visto che avevo continuato per una mezz'oretta a offrire ostinatamente una sigaretta a un ragazzetto che aveva attaccato bottone, anche lui probabilmente soltanto per dissuadermi dal fumare in pubblico in quei giorni. Non era comunque successo niente di grave: soltanto una spiacevole sensazione sotto pelle di non essere un ospite particolarmente gradito. Ma la città era splendida, avevo cenato e dormito benissimo.
Il mattino, svegliatomi molto di buon'ora (che straordinario spettacolo il brulicare di vita al risveglio sui terrazzi sotto la mia finestra), ero tornato parzialmente sui miei passi per andare a visitare le chiese e i monasteri siriaci del Tur Abdin. Sono lì dal V secolo a tenere in vita l'interpretazione del Cristianesimo dei monofisiti, dichiarata eresia da almeno un paio di Concili a partire dal 448. Ma i monofisiti siriaci (oltre a quelli copti e armeni) sono ancora lì a sostenere il loro punto di vista e a litigare con i curdi.

Il centro più importante della zona è Midyat, equamente divisa in due sobborghi tra le due etnie e religioni. Luogo notevole. A poca distanza c'è probabilmente il più interessante dei monasteri: Mar Gabriel. Vi arrivai di mattino ancora abbastanza presto, dopo aver dato un passaggio a un giovanotto beatamente ignaro, con i due polli che teneva stretti nel pugno per le zampe, di essere una perfetta replica curda di Renzo Tramaglino.

Il monastero è protetto da mura profonde non so quanti metri, in cui si apre una pesantissima porticina. Era chiusa, picchiai con il batacchio sul legno. Nessuna traccia di vita. Picchiai di nuovo, più forte. Una terza volta. Ancora niente. Ma finalmente, quando avevo già quasi deciso di rimettermi in viaggio, ecco la porticina girare su cardini cigolanti, ecco aprirsi una strettissima fessura ed ecco nella fessura apparire i due più stupefacenti culi di bicchiere che avessi mia visto in vita mia. Davano un barlume di vista allo scaccino del monastero, che mi guardò molto stupito. In turco con un po' di inglese volle sapere chi fossi, da dove venissi, come fossi arrivato lì.

Gli mostrai la mia auto, parcheggiata davanti alla porta, a pochi decimetri da noi. Strizzò molto gli occhi per inquadrarla nel campo visivo, poi mi afferrò di botto per un braccio e mi trascinò oltre la porticina che chiuse con un formidabile tonfo, sbarrandola.

Senso di ciò che mi disse: «Se ti vedono i curdi sei fatto».

L'altro giorno – aggiunse – è arrivato qui un pulmino di turisti belgi. Mentre erano dentro a visitare il monastero, i curdi hanno costruito un muro di pietre davanti al veicolo, un altro dietro, e quando i belgi sono usciti hanno dovuto consegnare tutto quello che avevano, altrimenti non li lasciavano andare via.

Mi voltai di scatto verso la porticina. A scanso di equivoci, non era meglio se cambiavo aria subito? Lo scaccino non mi mollò il braccio, spiegandomi con tono professorale che ormai i curdi mi avevano visto, quindi ero già perduto, ma quasi sicuramente non mi avrebbero fatto niente, perché ero solo e di conseguenza rendevo poco, e loro non avevano tempo da perdere.

Non molto tranquillizzante ma non c'era niente da fare, non mi mollava il braccio, ero costretto a seguirlo. Finalmente ci venne incontro un signore molto distinto, dotato di un inglese perfetto: lo insegnava ai giovani cristiani di Midyat che venivano lì a studiare. Lo scaccino dovette battere in ritirata, borbottando. Chiesi al professore ragguagli sull'eventualità di essere rapinato e spogliato dai curdi. «Qualche volta succede» rispose con una anodina scrollata di spalle.

Ma ormai ero lì e dovevo visitare il monastero. Inoltre la notizia del mio arrivo era già stata portata al locale capo carismatico della comunità siriaca, il vescovo Javanis Bilgig, che mi aspettava nel suo alloggio. Prima però mi toccò visitare la cripta con tutte le sue tombe di santi. Bella, credo, ma non potei goderla un granché.

Appena entrati, nel semibuio, vidi il professore sollevare la sottanona, farne emergere un grosso calcagno scalzo e pestarlo sulla terra battuta del pavimento, con diverse torsioni. Guardando bene, vidi qualcosa di spiaccicato. «Uno scorpione» spiegò il professore in tono annoiato. «Ce n'è un sacco.»

Le tombe potevano anche essere sublimi: per tutta la visita alla cripta non feci altro che guardare negli immediati paraggi dei miei piedi, anch'essi seminudi e protetti soltanto da sandali pieni di fessure.

Ma finalmente fui condotto al cospetto del vescovo Javanis. Al centro di una sala, sul pavimento, era steso un materasso, su cui era adagiato un uomo di solenne vecchiezza, tunica rosso fuoco, piedi nudi (doveva essere un'usanza del luogo), lunga barba candida, gigantesco cornetto acustico color argento retto a uno dei due orecchi. Un sorriso cordialissimo sotto due occhi di una vivacità straordinaria.
Ricevetti la mia benedizione, e il vescovo chiese al mio accompagnatore informazioni su di me. Gli furono fornite, generando profondi assensi. Bene, bene, diceva intanto educatamente in turco per farsi capire anche da me. Ma da dove vieni? fu l'ultima domanda, rivolta direttamente a me.
Dall'Italia, risposi. Italia? E dove sarebbe?

Poi, con un lampo di malizia negli occhi cilestrini: Ah, già, dalle parti della Romania.

E con una nuova benedizione dell'antico eretico – dovetti chinarmi verso di lui perché potesse impormela sulla guancia come una specie di cresima – fui congedato. Lo splendido vecchio si lasciò andare sulla stuoia e il cornetto acustico fu posato a troneggiare lì accanto.

La visita al monastero era conclusa, ma il professore di inglese non mi permise assolutamente di andarmene da solo. Riprendendo il discorso dello scaccino, profetizzò orribili sevizie sulla mia persona da parte dei curdi. E comunque, aggiunse, così da solo non sarei mai riuscito a trovare le diverse chiese sparse per la campagna. Mi affidò quindi a un giovanotto che pensavo avesse sui trentacinque anni e invece, sedutosi accanto a me sull'auto, mi rivelò di essere studente in un collegio di Istanbul. Un po' ripetente, forse, non saprei.

Conosceva a memoria tutte le canzoni dei Beatles ed era stonato, ma mi fece fare uno splendido giro in campagna tra polli, capre, fossi e solchi di carri a vedere chiese di ben oltre mille anni, che davvero da solo non sarei mai riuscito a trovare. Il prete di una di esse, la più bella, mi ingiunse di sedermi accanto a lui nell'ombra del portone (piedi canonicamente nudi).

Parli turco? mi chiese. Cenno di diniego. Parli curdo? Idem. Parli siriaco? No. Parli arabo? Macché. Scosse a lungo la testa, borbottando qualcosa che significava chiaramente: e allora che cosa diavolo vieni fin qui a fare? Poi spedì il giovanottone oltre l'iconostasi di tessuto trasparente a leggere con voce tonante il Vangelo, non so se in siriaco o aramaico: con voce ancor più tonante gli correggeva gli errori. Avrei dato chissà che cosa per avere con me un registratore.

Alla fine della gita mi toccò trasportare a Midyat tutta una coloratissima famigliola che doveva andare dal medico: padre, madre e figlioletta malata. Eravamo in auto in cinque, niente di particolare sull'asfalto o anche sulla terra battuta, ma lì eravamo in mezzo ai fossi.A ogni solco più profondo mi toccava fermarmi e, per poter cautamente proseguire, far smontare il mio baffuto angelo custode e la famigliola, esclusa la bambina malata. La quale era arciconvinta che i suoi genitori volessero liberarsi di lei vendendomela ed esplodeva raffiche di urla disumane. Il viaggio durò più di un'ora, con una decina di soste squarciate da strida strazianti, ma come Dio volle arrivammo a destinazione. La famigliola non si sognò nemmeno di ringraziarmi. Erano evidentemente parenti di tutto il paese, furono abbracciati dalla popolazione al completo, si dissolsero in mezzo a essa e scomparvero. Meno male.

Era ormai tardi, a Midyat non c'era dove andare a dormire. Accettai l'invito del professore di inglese, trasmessomi dal baffuto fan dei Beatles, e passai la notte in una cella del monastero, dove oltre a tutto mi diedero da mangiare benissimo. Un'altra serata sensazionale. Il mattino dopo la mia auto era lì ad aspettarmi fuori dalla porticina. Nessun curdo l'aveva naturalmente violata.»

martedì 28 marzo 2017

Il Superfusto. Un mio racconto di 21 anni fa

Mi è tornato in mente qualche giorno fa…

«Si guardò nello specchio a figura intera, si girò di profilo. Una colonna scolpita nel bronzo. Congiunse i pugni e li strinse davanti al bacino perché i pettorali risaltassero in tutto il loro rutilante splendore. Che maschio. Labbra tumide, sguardo corrucciato. Si girò di tre quarti per vedersi meglio. Che potenza. Il labbro superiore non riuscì a rimanere teso e si aprì in un sorriso senza pietà. Chiuse gli occhi. Nella mente gli scorsero come in technicolor le immagini degli sguardi adoranti che, in palestra, lo seguivano passo per passo, attimo per attimo, gesto per gesto, quando entrava nella sala di pesi. Vide il suo corpo poderoso allungarsi sulla panca facendola scricchiolare, le mani salire al doppio sostegno del bilanciere, chiudersi a pugno alle due estremità della sbarra. Gli parve di sentire la goccia di sudore che a quel punto gli imperlava regolarmente la fossetta verticale tra la scultorea linea del naso e il perfetto doppio arco carnoso delle labbra. Anche quella minuscola, argentea goccia di sudore — lo sapeva perfettamente —, era scrutata in un silenzio religioso da decine di sguardi reverenti. Avessero potuto, l’avrebbero raccolta come una reliquia.

«Giù gli immensi pesi sui pilastri torniti delle braccia. Due colonne del Partenone. Un ansito, quasi un grido. Ed ecco i due blocchi di ferro perfettamente bilanciati nell’aria. Su e giù, su e giù, un numero di volte che nessuno era mai riuscito non dicasi a pareggiare ma nemmeno ad avvicinare. Rimetteva il bilanciere nei due ganci, si raddrizzava di scatto, scendeva dalla panca con una mezza piroetta, elastico come un giaguaro, leggero come un puma. Avessero potuto farlo in libertà, non fossero stati annichiliti dalla sua apollinea presenza, dall’acre sentore di maschio che emanava la sua pelle, sapeva che i miseri spettatori della scena lo avrebbero gratificato di un’acclamazione estatica.

«Tornò ad aprire gli occhi, abbassò lo sguardo al bacino, alla cintura del sospensorio, al sottostante rigonfio. Ah! Quel rigonfio! Un maglio. Quante frequentatrici della palestra avrebbero voluto impadronirsene, farlo proprio, ingerirlo, introiettarlo nel proprio corpo, amarlo, farsene lacerare, maltrattare fino a gridare di passione e dolore, fino a piangere. E gli uomini, indecenti molluschi! Credevano forse che non vedesse, che non avvertisse addirittura fisicamente sulla nuca il viscido ardore dei loro sguardi quando, liberatosi con un calcio dell’indumento, incedeva nudo, con il passo di un gladiatore imperiale, verso la sauna. Era Spartaco, il dominatore indiscusso di quell’ambiente di aspiranti uomini, in cui l’unico vero maschio era lui. Per un solo attimo di attenzione, per il contatto di un secondo, per un millimetro quadrato della sua pelle, sarebbero stati capaci di dare la vita.

«Lo sapeva benissimo: quando si accosciava a fare qualche flessione e poi si tendeva come una molla nel gesto simulato della partenza dai blocchi, ce la mettevano tutta, saltellando e ingobbendosi in esercizi di stretching, tanto improbabili da essere ridicoli, per riuscire a mettersi alle sue spalle. Guardavano, poveretti, la linea monumentale delle sue natiche, in tutto e per tutto degne dei Bronzi di Riace, tutti insieme. Quando li sentiva lì riuniti alle sue spalle come uno sciame di vespe ronzanti e stillanti bava, si alzava di scatto e si allontanava senza una parola. Lo spettacolo è finito, vermi.

«Li lasciava così, annichiliti, orbati della sua catartica presenza, desolati, colpiti da una crudeltà ineluttabile. Poveretti. Ma ormai avevano imparato a conoscerlo. Il più duro, il più crudele di tutti. Com’era cattivo! Da avere paura di se stesso. Ancora una volta il tumidore delle labbra si aprì in un sorriso spietato. Sì, era cattivo, capace di fare male anche soltanto con lo sguardo. Di più, con la sua semplice presenza. Da sempre, fin da piccolissimo, dai primi giorni della vita, dalla nascita. Ne sapeva qualcosa la sua mamma. Quanto doveva averla fatta soffrire, in quell’ora fatidica. Quanto male doveva averle fatto.

«"Mammina", mormorò, sentendosi riempire di lacrime brucianti gli occhi arrossati dalla febbre del fieno. "Perdonami", aggiunse con un soffio di voce. Infilatosi precipitosamente nel lettino a una piazza, si rannicchiò in posizione fetale sotto la trapunta pesante e si infilò il pollice tra le labbra, mettendosi a succhiarlo rumorosamente, slurp, slurp. Che freddo faceva sempre in questo mondo angosciante, così lontano dalla protezione del grembo materno. Allungata la mano libera, prese dal cassetto del comodino la cuffia di lana morbida, posata accanto ai Kleenex, e se la infilò in testa, calandosela bene sulla fronte.

«Un brutto mondo astioso, pieno di sinusiti e reumatismi. Dappertutto, al collo, alla schiena, alle braccia, alle gambe. Eh, be’, sì, un giorno o l’altro doveva ricominciare ad andare in palestra. E ridessero pure sotto quei baffoni da macho, gli anabolizzati, sghignazzassero della sua calvizie totale, degli occhiali a culo di bicchiere, del torace cavo, della pancia a panettone, delle chiappe a sacchetto, delle braccia da ranocchio, delle gambe da ragno, del suo metro e sessanta scarso con i tacchi. Ci fosse stata lì la sua mamma, come li avrebbe messi a posto! "Mammina", mormorò di nuovo, rasserenato. Che pollice buono gli aveva fatto. Slurp, slurp...»

domenica 19 marzo 2017

Euro vs Dollaro. Una contesa persa in partenza?

L’euro ce la farà mai a imporsi sul dollaro come moneta di riferimento a livello mondiale, o almeno a raggiungerne lo stesso livello di riconoscimento? Temo proprio di no. Ecco qui sotto che cosa scrivevo quattordici anni fa in preparazione di Strada Bianca per i Monti del Cielo. Vagabondo sulla Via della Seta, dopo aver viaggiato avanti e indietro per Medio Oriente e Asia Centrale:

«Gli aerei diretti dall’Asia Centrale all’Europa partono di norma nel cuore della notte, in modo da poter arrivare in mattinata negli aeroporti internazionali di destinazione e tornare indietro in giornata. Così anche il mio aereo da Tashkent (Uzbekistan) per l’Italia decolla nel buio più fitto…

«Mi sono concesso qualche ora di sonno, ma quando esco dall’albergo non appartengo precisamente a questo mondo. Né vi appartengo quando arrivo all'aeroporto. Cammino, in pratica, dormendo. Mi si avvicina un ragazzetto che trema dal freddo e si tira le maniche della giacca striminzita sulle mani, che sono paonazze. Ha una bellissima faccia da russo o da scita – non ho voglia di spaccare capelli –, anch'essa arrossata dal freddo. È troppo cresciuto per i vestiti che indossa. Fa il gesto di prendermi la valigia. Io so di non avere più con me neanche un centesimo di moneta uzbeka, quindi gli faccio bruscamente cenno di no. Lui mi guarda con aria dispiaciuta e fa per allontanarsi.

«Per fortuna la sua espressione mi fa svegliare di colpo e rinsavire. Che cosa diavolo mi è venuto in mente? Non posso dare una banconota da un dollaro a questo povero ragazzo, che trema dal freddo nel cuore della notte per guadagnare qualcosa facendo il facchino? Ne ho sempre con me qualcuna proprio per evenienze come questa, e ogni volta rinnovo la mia perplessità circa l'ostinazione della Banca Europea nel non voler emettere banconote da uno o almeno due Euro. Lo sanno quanti piccoli e anche non piccoli servizi si possono pagare in tanti paesi con quei minimi importi, che invece è impossibile pagare con monete metalliche, per il semplice motivo che le monete non le cambia nessuna banca? Quanto a me, mi piglierei semplicemente a sberle, come purtroppo succede non di rado, e sempre in ritardo.


«Riesco a richiamare in extremis il ragazzo e gli affido la valigia. Vuole a tutti i costi prendere anche la borsa a mano. Arrivati in cima alla scala mi fa capire che non può proseguire oltre, e io gli porgo il suo dollaro. Si fruga in tasca e tenta di darmi un resto in moneta uzbeka. Faccio una gran fatica a convincerlo che non deve rendermi proprio niente. Mi stringe la mano con la sua, tutta screpolata, e corre in cerca di altre valigie da portare, con due spallucce strette nel vestitino della festa che si mette per avere un'aria rispettabile e poter fare il facchino nel gelo della notte all'aeroporto. Mi sento letteralmente stringere il cuore…»

Così era nel 2003 e così continua a essere oggi in tutto il Sud e Sud-Est Asiatico, dove ho trasferito il centro di interesse dei miei viaggi.
La gente semplice, in cambio dei suoi piccoli, onesti servizi, o anche di una piccolissima vendita di frutta, di dolcetti, di paccottiglia, continuerà a chiedere “One dollar”. Non può chiedere “One euro” per il semplice motivo che la BANCONOTA da 1 Euro non esiste. E — ripeto — le monete metalliche non sono convertibili in moneta locale: le banche non le accettano. Di conseguenza non valgono niente.
Quindi per il senso comune del mondo intero — eccettuata FORSE l’Europa Comunitaria — la moneta archetipica, la Ur-moneta continua a essere il Dollaro.
E amen, con buona pace della Banca Centrale Europea e dei miopi governanti dell’Europa…

venerdì 17 febbraio 2017

Deir ez-Zor, Siria, nella morsa dell’Isis. E nessuno ne parla. Ecco come l’ho vista più di 30 anni fa


Dal mio “Strada bianca per i Monti del Cielo. Vagabondo sulla Via della Seta”
(La foto l’ho ripresa da un articolo del coraggioso giornalista Fulvio Scaglione, uno dei pochissimi a parlarne)

« Sul nastro di asfalto che continuando da Aleppo corre lungo la riva destra dell'Eufrate mi inoltrai un giorno d'estate dei primi anni Ottanta. Essendo stato letteralmente buttato fuori dall'ambasciata irachena di Roma quando avevo osato chiedere un visto, volevo comunque avvicinarmi il più possibile ai confini di quell'impenetrabile paese, se non altro per vedere Doura Europos e Mari, oltre a Rasafa, in territorio siriano. Il posto giusto dove fare tappa era ed è tuttora Deir ez-Zor. Vi trascorsi una serata bellissima.
La mia prima meta era stata Rasafa, anche scritto Resafa, Rosafa o Rusafa. Roseph per la Vulgata e Sergiopoli per i romani: la patria di San Sergio. Erano molti anni che ci volevo andare, fin da una delle mie prime visite a Istanbul e a quella che attualmente è chiamata Piccola Santa Sofia, la Chiesa dei Santi Sergio e Bacco, divenuta moschea.
Rasafa è stata una delle grandi città romane del Crescente Fertile, capitale della provincia Augusta Euphratensis, dopo la caduta di Doura Europos in mani persiane, e di ricchezza pari alla Palmira della regina Zenobia. I resti sono molto estesi ma purtroppo altrettanto poveri, anche se sfavillanti di un miracolo di frammenti di mica. Uno straordinario baluginare di specchietti tra la sabbia sotto il sole sfolgorante di Siria.
Abbagliato, capii di punto in bianco il senso di una frase che avevo letto tempo prima, coniata da Andrè Parrot, archeologo francese e primo direttore del Louvre, scopritore di Mari nel 1933: «Ciascuno ha due patrie: la sua e la Siria».
Arrivato di pomeriggio nella piacevole Deir ez-Zor e concessomi un po' di riposo, sul far della sera uscii e, fatto un giro nel bazar, andai a cena. Rinfrancato dal solito ottimo cibo siriano, mi aggirai qualche minuto per il centro che si stava facendo buio, finché mi accorsi che tutti andavano nella stessa direzione. Mi accodai.
Arrivammo a un corso d'acqua, dove la temperatura calò di colpo di diversi gradi, facendosi fresca e gradevolissima. Era l'Eufrate. Attraversato da un ponte che mi fece mancare il fiato, una replica in sedicesimo del Golden Gate di San Francisco. Piccolo piccolo ma tale e quale. Lo hanno costruito i francesi negli anni Venti, quando la Siria è stata loro affidata con la formula del mandato dopo aver scacciato verso l'Iraq il grande protetto di Lawrence d'Arabia, lo hashemita sceicco Feisal, diventato per pochissimo tempo re di Siria e poi spedito a farsi assassinare come re del neo assemblato Iraq. Uno dei più tremendi pasticci colonialisti combinati da britannici e francesi in combutta. Una polveriera che sta ardendo ancora e non smetterà probabilmente mai.
Perché i francesi avranno costruito il ponte di Deir con quella forma, invece di fare una replica in piccolo di uno dei loro? Chissà. E quanto sarà largo? Pochi metri, infatti lo si percorre soltanto a piedi. Ma nelle sere d'estate era la meta preferita di tutti gli abitanti della cittadina. Erano lì che andavano avanti e indietro, e io con loro. Che bel posto. E che straordinaria capacità hanno le popolazioni desertiche di non sprecare parole e quindi alito, e quindi umidità interna. Passeggiare in mezzo a quel mormorio e a quello svolazzare di indumenti orientali era bellissimo.
Ci misi poco a rendermi conto che la popolazione giovane, almeno quella di sesso maschile, era divisa tra modernisti e tradizionalisti. I primi in jeans, i secondi nelle loro splendide gellabe bianche o azzurre. Facevo finta di niente, ma ero perfettamente consapevole di averne alle spalle un gruppo che mi seguiva timidamente da diversi minuti. Frequentavo da abbastanza tempo quelle terre per sapere quanto isolate siano dalla cattiva coscienza internazionale, e quanta voglia abbiano i loro giovani di comunicare con lo straniero.
Visto che non osavano prendere l'iniziativa, la presi io. Arrivato circa a metà del ponte feci un improvviso dietrofront che mi mandò quasi a sbattere contro di loro. Il gruppo si aprì per accogliermi, e per un'oretta – o forse più – fui uno di loro, l'amico adulto tornato da lontano, il fratello rientrato dall'emigrazione. Conoscevano in diversi il francese. Di che cosa parlammo? Chi lo sa. Di tutto e di niente. Molti di loro reggevano per il manubrio certi biciclettoni cinesi neri che così alti non credo di averne mai visti prima (li ho rivisti poi appunto in Cina).
Vollero sapere se preferivo quelli di loro in jeans o quelli in gellaba. Ero inesorabilmente destinato a creare dispiacere a una parte di essi, per cui cercai di traccheggiare, ma non ci fu niente da fare: esigevano una risposta. Non sono mai stato capace di mentire, e poi perché farlo, visto che comunque avrei dato una risposta poco gradita a una parte di loro? Risposi onestamente che mi piacevano di più quelli in gellaba. I visi dei modernisti si fecero lunghi. Mi spiegarono in toni accorati che avevo torto, che per evolversi è indispensabile essere moderni e quindi vestirsi come ci si veste nei paesi sviluppati. Per fortuna non sapevano ancora che nei paesi sviluppati si scolorivano e stracciavano apposta indumenti perfettamente nuovi in nome della moda.
Mi salvai in un complicato corner spiegando che, certo, avevano ragione, ma dalle mie parti nessuno portava la gellaba, per cui per me era una novità, e di conseguenza suscitava in me maggior interesse. Potevo aggiungere che quegli indumenti facevano forse emergere dal fondo del mio inconscio le ombre dei presepi infantili? Davvero non avrebbero potuto capire. Mi accompagnarono fin sulla porta dell'albergo e mi strinsero tutti la mano, a uno a uno, con le belle dita sottili e nervose che hanno soltanto quelle popolazioni.
Come mi piacerebbe, un giorno, avere occasione di andare ancora una volta fin laggiù, a Deir ez-Zor, sulla riva dell'Eufrate, per vedere se di sera si passeggia ancora in quel modo, e se i ragazzi sono ancora così gentili e così equamente divisi in jeans e gellabe. E poi, magari, il giorno dopo, poter proseguire per un Iraq finalmente lasciato libero di governarsi e di godere delle sue ricchezze…»

mercoledì 15 febbraio 2017

Un'altra intervista inedita di 7 anni fa: su me e la Bocconi


19 febbraio 1964. Mi laureo alla Bocconi
Nella primavera del 2010 mi telefonò un giovane chiaramente non italiano. Mi spiegò che era uno studente straniero della Bocconi e che con altri colleghi, come lui stranieri, stavano pensando di creare una piccola rivista destinata a quella non piccola pattuglia di studenti. Aveva sentito parlare di me e della mia attività, così diversa da quelle tradizionalmente praticate dai laureati Bocconi, e mi chiese se mi andava di rispondere a qualche domanda. Lo feci di buon grado, ma non seppi più niente dell'intervista. Era stata pubblicata? Chissà. Soltanto qualche anno più tardi, nel corso di un'altra intervista, un efficiente quanto gentile addetto all'agguerrito Ufficio Stampa dell'Università mi spiegò che quel progetto non era andato a buon fine, anche (credo) perché l'intraprendente giovane era tornato in patria. Ne ho casualmente ritrovato il testo nel mio computer, mi sembra non priva di interesse, quindi la pubblico qui (scusandomi se non ricordo il nome del giovane che me l'ha fatta).

Quali sono i suoi legami con la Bocconi?
Ho studiato lì dopo la maturità al Liceo Classico A. Volta di Como, e nel febbraio 1964 mi sono laureato in Economia Politica con l famoso professor Giovanni De Maria, che ne era stato Rettore. Titolo: “Rapporti tra incivilimento e progresso economico." Che in sostanza significa: “Come il progresso economico rende (o no) più civile il mondo". 

Da quanto ha lasciato la Bocconi? Vi torna mai?
Come ho detto, l’ho lasciata nel febbraio del  1964, ma io vivo a Milano, che non è poi una città così grande, per cui ho avuto molte occasioni di tornarvi, per incontrare vecchi amici, per ascoltare conferenze o per l’inaugurazione ufficiale dell’Anno Accademico. Per un certo numero di anni, inoltre — negli Ottanta —, sono anche andato a diversi incontri dei "Laureati Bocconi", promossi dall’ALUB, l’"Associazione Laureati Università Bocconi".

Può offrirci una panoramica della sua carriera (professionale, accademica) da quando ha lasciato la Bocconi? Quali, secondo lei i momenti cruciali?
Ho lasciato la Bocconi in un momento difficile per l’economia dell’Italia, la cosiddetta “Congiuntura” della metà degli Anni Sessanta, per cui non è stato facile trovare un impiego. Per di più la mia laurea in Economia pura non era precisamente fatta per facilitarmi nel mondo degli affari, più orientato verso Tecnica Commerciale, Tecnica Industriale, Tecnica Bancaria eccetera. Di conseguenza mi è toccato prendere ciò che ho trovato, ovvero un posto di venditore-programmatore di macchine elettrocontabili (non ancora “elettroniche”, si badi bene) presso la filiale italiana dell’americana Burroughs. La parte “programmazione” era affascinante (e da lì viene il mio profondo interesse per i computer e il Web), ma la parte “vendita” non mi è mai piaciuta: sono totalmente incapace di vendere.
Sono rimasto alla Burroughs soltanto pochi mesi, dopo di che sono andato alla Nestlé. È stato un periodo molto importante della mia vita professionale: alla Nestlé ho imparato che cosa significa davvero “lavorare”, organizzare il proprio lavoro. Ma non era la vita che volevo per me: io sono vagabondo per natura, mi piace viaggiare, cambiare, e soprattutto volevo lavorare in una Casa editrice e imparare come si diventa scrittore.
Quindi, passati tre anni alla Nestlé in tre posizioni diverse (“vagabondaggi?”), sono andato alla Casa Editrice Einaudi di Torino. E 18 mesi più tardi ho “vagabondato” da lì alla Sansoni di Firenze, e finalmente, dopo altri sei anni, all Casa Editrice Longanesi, tornando a Milano.
Nel 1984, infine, ho deciso di aver imparato abbastanza sull’editoria e lo scrivere e di poter tentare di fare lo scrittore di professione. A quel punto avevo già pubblicato 3 romanzi (più un piccolo libro di poesie), e il quarto, arrivato pochi mesi più tardi, mi ha dato il momento più felice della mia vita professionale, vincendo in settembre 1985 il Premio Campiello a Venezia.
In totale* ho pubblicato 13 romanzi, 3 libri di viaggio e 1 di poesie, più altre poesie sparse in riviste letterarie e decine di interviste, recensioni e articoli di varia natura su quotidiani e periodici italiani. Oltre alle 71 traduzioni di libri di narrativa in lingua inglese (tra cui molti di Premi Nobel come I. B. Singer, Wole Soyinka, William Golding e Orhan Pamuk).

Quale pensa sia stato l’influsso della Bocconi sulla sua carriera?
È stato molto forte, perché mi ha aiutato a capire l’importanza di organizzazione e disciplina nello studio come nel lavoro professionale. Scrivere è una professione (ivi incluso molto studio): i libri non piovono dal cielo, richiedono una grande quantità di organizzazione personale, disciplina e forza di volontà.

Può metterci a parte di un bel ricordo del tempo trascorso in Bocconi?
Ne ho tanti, situazioni, amici, anche un paio di amori… ma stiamo parlando di cose avvenute quasi 50 anni fa, i ricordi si affievoliscono. Un certo particolare momento, però, non lo dimenticherò mai.
Autunno 1958, prima lezione di Ragioneria nell’Aula Notari, l’Aula Magna. Settecento matricole sedute lì. Il famoso professor Napoleone Rossi, in un silenzio dove si sarebbe potuta sentir volare una mosca, ordina: «Quelli di voi che vengono da Ragioneria (Istituto Tecnico) si alzino». Più o meno 600 giovani scattano in piedi. «Adesso quelli che vengono dal Liceo Scientifico.» Un’ottantina di ragazzi e ragazze. «E adesso quelli che vengono dal Liceo Classico.» Non eravamo più di 20.
Un’esplosione di risate, con i 600 “ragionieri” che sghignazzavano, strepitavano, irridevano fino a diventare rauchi, mentre noi, poveri 20, rimanevamo lì timidamente con il nostro retaggio di latino, greco, filosofia, storia dell’arte, uno qui, uno là…
«State zitti, stupidi», tuona il professor Napoleone Rossi rivolto ai ragionieri: «due o tre lezioni e pregherete questi pochi ragazzi del Classico di spiegarvi che cos’è veramente la “Ragioneria”.»
Un momento indimenticabile. E andò proprio così: mi fu personalmente chiesto da qualche “ragioniere” di preparare insieme i due esami di Ragioneria (oltre a quelli di Tecnica Commerciale e Industriale). Davvero molto interessante e corroborante.

Ha un messaggio per coloro che stanno provando a laurearsi quest’anno?
Siate forti e coraggiosi, seguite sempre il vostro istinto, ma lavorate, lavorate e ancora lavorate (che per adesso significa “studiate”). Molto duramente. Sempre.

È ancora in contatto con persone conosciute alla Bocconi, studenti o magari insegnanti?
Certo, mi sono fatto molti amici e sono in contatto con diversi di loro (persino su Facebook!) Anche professori, che a quei tempi erano giovanissimi: Roberto Ruozi, per esempio, che ha quasi la mia età ma che, quando io ho lasciato l’università, insegnava già Tecnica Bancaria, per poi diventare Rettore. Alcuni importanti dirigenti della Banca d’Italia, almeno un ministro (del governo Prodi), due o tre editori…

La Bocconi aveva già il suo appeal internazionale quando lei ne percorreva le aule?
Era ben conosciuta e rispettata, c’erano tra noi diversi stranieri, ma niente a che vedere con il richiamo che esercita oggi.

Se potesse tornare indietro e ripetere tutto da capo, lo farebbe?
Non si può mai dire, ma non credo: come ho detto e ripetuto, io sono un “vagabondo”, mi piace (ho bisogno di) viaggiare, sperimentare, cambiare. Ho cambiato tanti mestieri, tanti luoghi dove vivere, persino tanti modi di scrivere. Ho viaggiato in più di 40 paesi, per me il “cambiamento” è l’essenza della vita.

È mai passato "attraverso i leoni" dell’atrio?
Sì, certo. Quasi ogni giorno per quattro anni (tranne d’estate). Ero uno studente molto serio e frequentavo scrupolosamente le lezioni. A quei tempi, però, non credo esistesse l’espressione “passare attraverso i leoni”, o comunque non me la ricordo. Ci toccava semplicemente passare di lì se volevamo andare a lezione. E non frequentare le lezioni era il modo migliore per rischiare di non laurearsi.

* Al momento dell’intervista, primavera 2010.

sabato 11 febbraio 2017

Una mia intervista inedita (di 7 anni fa) sul Lago di Como

Il ramo di Como del Lario visto dalla Valfresca
(tortuosa salita tra la città e San Fermo)

Nella primavera del 2010 la casa editrice che pubblicava i miei libri di viaggio mi ha chiesto se mi andava di rilasciare un’intervista sul Lago di Como per Il Giornale.  Non so da che cosa fosse motivata la richiesta, che mi ha abbastanza stupito, dati certi miei antichi rapporti tempestosi con il quotidiano cui avevo collaborato intensamente sotto la direzione del grande Montanelli. Una gentile signora di cui non ricordo il nome mi ha mandato le domande e io ho disciplinatamente risposto. Come sospettavo, l’intervista non è mai uscita, né mi è mai stato spiegato il motivo. Eh, eh. L’ho trovata poco fa nelle ordinatissime caverne del mio Mac, e la pubblico qui, per l’inguaribile amore del mio Lago.

Lei è pressoché cresciuto sulle sponde del lago di Como. Un luogo che dice di aver ‘goduto sfrenatamente’ da adolescente. Come era il lago agli occhi di un adolescente?

Io sono cresciuto lì, dai 4 ai 19 anni. E il Lago rappresentava la vacanza, ovvero la libertà. Con i miei compagni più cari del Liceo Volta avevamo l'usanza, alla fine dell'anno scolastico, di sporgerci sopra la rientranza tra la Gelateria Ceccato e la Stazione Nord per gettare in acqua quaderni e diari vecchi. Una volta siamo dovuti scappare a gambe levate, inseguiti da uno scrupoloso vigile che voleva multarci. Per fortuna correvamo più forte di lui. A quei tempi le vacanze si facevano così: l'acqua era ancora praticabilissima, al largo davanti a Villa d'Este mi è più volte capitato di berla. Si nuotava in uno dei lidi, si usciva in barca a remi o a vela, certe fortunate volte persino con una fanciulla, protetta dal casto scafandro di uno dei costumi da bagno di allora, in ghisa impenetrabile. Bellissima vita. Semplice, educata, allegra, onesta.

In genere al lago si associa una dimensione un po’ rarefatta, quasi decadente. E’ un luogo comune?

Non è un luogo comune. A dargli questo tono è anzitutto la nebbiolina che lievita quasi immancabilmente dall'acqua. L'echeggiare di tenebrose sirene. Il sentore un pochino di aldilà che accarezza le narici…

Quanto di quelle atmosfere l’hanno accompagnata negli anni successivi? E quanto quei paesaggi sono entrati nella sua scrittura?

Mi hanno accompagnato sempre. Il panorama più bello del mondo, per me sarà sempre quello del Lago di Como che si vede da certi punti della Valfresca, la strada vecchia per San Fermo. Una volta era quello che si godeva dalle gallerie della provinciale, ma poi l'hanno massacrato con l'autostrada. Molta della mia narrativa è ambientata sul lago, anche se magari con nomi di luoghi artefatti.

Quali i luoghi, gli scorci lacustri che meglio raccontano quel periodo?

Per quanto possano piacere ai russi o alle star di Hollywood, temo siano diventati una cosa molto diversa. D'altra parte i principi Trubetzkoy sono arrivati un bel po' prima. E anche le famose "Regine" da cui il lago ha derivato il suo soprannome. Ma ancora adesso attraversare il lago in traghetto da Cadenabbia a Bellagio (o viceversa) suscita una straordinaria emozione. O vedere il ramo di Como e quasi insieme quello di Lecco da certe fortunatissime zone sopra il Ghisallo…

Dei sapori e dei profumi di quella zona, quali lo descrivono meglio?

Quanto a sapori non saprei dire. Purtroppo non ricordo più come fossero i decantati piatti del Cotoletta di quei tempi o dell'allora celebrato Ristorante Villa Geno, o del Piazzolo. I profumi, invece, mi sembra siano stati sempre un po' riservati, molto in consonanza con il carattere dei comensi, sempre pudichi, restii a svelarsi (salvo magari concedersi outing clamorosi una volta in libertà a Parigi o Londra o Stoccolma o New York…)

Natura e arte o meglio architettura possono essere gli estremi che meglio racchiudono il lago?

Arte e architettura forse no, tale è lo strapotere locale della natura.

Si può raccontare letterariamente questo specchio d’acqua?

Io l'ho fatto più volte, in almeno cinque romanzi. E non escludo di farlo ancora: le ambientazioni sono perfette, già pronte per essere applicate a sviluppi narrativi.

Cinque aggettivi per tratteggiare il lago?

Vediamo: malinconico, riflessivo, solitario, sereno. Evito "solare" perché ormai lo si applica persino alla Befana.