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domenica 22 novembre 2015

My spoken interview with Erica Jong (1990)

In September 1990 I was invited as usual in Venice at the ceremony of literary Premio Campiello, which I had won in 1985. In the Court of Palazzo Ducale Mario Andreose, Chief Editor of Bompiani, introduced me to Erica Jong, who was in Italy to advertise the publishing of her novel Serenissima. I asked her if we could do an interview for the weekly magazine Amica (to which I contributed) and she very kindly accepted, so we scheduled it for a few days later in Milano.

Here it is.

A little bit long, but she was so funny and intelligent that we could not stop talking.

lunedì 16 novembre 2015

My Spoken Interview with Madonna, 1992

I put online the spoken interview I did with Madonna (Veronica Ciccone) in october 1992 in Milano about her just issued and very controversial album "Erotica" (in english)

You can hear the interview on my website

domenica 8 novembre 2015

Sogni. Ovvero: "Il mattino dei miei 100 anni". Un racconto del 1992


I miei racconti si possono leggere in Rete qui


Il signor L. O., di professione scrittore, si svegliò presto, come ormai gli succedeva regolarmente. Non era più giovane. Negli ultimi decenni la gerontoingegneria aveva fatto veri passi da gigante. Quel giorno, il 17 maggio 2039, compiva cento anni. Né si poteva dire che avesse avuto una vita di tutto riposo. Eppure si sentiva in forma smagliante. Un ragazzo. Preso da piacevoli pensieri birichini, si attardò a letto nel tepore di quel mattino di primavera che i sensori sistemati accanto alla finestra gli dicevano di intensa limpidezza. Quindi, spostato lo sguardo sull’indice digitale della Plancia Dati di fianco al letto, posizionò la mente sul programma di Musica Classica trasmesso per via subliminale dalla RAI, la non mai abbastanza lodata Rete di Assoluta Indipendenza.

Lo stesso indice, dietro sua richiesta mentale, gli segnalò che erano le sette e mezza. Il cicalino dell’EterVideoTelefono gli ronzò nel cervello con il suo suono vellutato. E — fantastico — non avevano sbagliato numero. Cercavano proprio lui, non il pediatra Varicella o la Banca Colombiana di Riciclaggio. Sbalorditivo. Vide stagliarsi nitida l’immagine della celebre finanziera Laura Beatrix, passata da qualche tempo dal ruolo di acuta lettrice a quello di affettuosa mecenate. Prima di uscire per farsi portare in Borsa, aveva pensato di chiamare per augurargli un buon compleanno. Che preziosa amica. Quanti anni poteva avere? Sessantacinque? Settanta? Un fiore, anche se ultimamente si era un po’ appesantita. Bisognava suggerirle di cambiare Fitness Center. O forse sarebbe bastata una lieve modifica di dieta. Ridurre il caviale. Meno champagne. Per fortuna, quanto lui era miserabile — come del resto quasi tutti gli scrittori Off-USA —, tanto lei era ricca. Se avesse dovuto contare sui diritti d’autore, il signor L. O. avrebbe al massimo potuto invitarla a cena all’ECA, il malinconico Ente per la Caloria all’Autore.

Ringraziatala calorosamente e assicuratole che avrebbe passato la serata con lei, si alzò. Alle nove e mezza si sarebbero messe in moto la Scopa Elettronica, la Stiratrice Universale, la RammendaTutto, la Lavavetri Automatica e le varie altre diavolerie che mandavano avanti la casa. Persino l’Innaffiatore Temporizzato Nasturzio-Ridens. Che mondo di meraviglie gli era stato creato dal progresso. Anche se quando — fric-frac-swisc-swosc — si metteva in moto tutto quel bailamme automatizzato di scopa-lava-rammenda-stira, non gli piaceva molto essere lì. Però intanto la vita era diventata una specie di sogno.

Inoltre, fatte aprire le finestre con il meccanismo a sguardo, aveva avuto la conferma che fuori la giornata era mirabile. Il tè con biscotti, più le diverse pillole che doveva ingerire ogni mattino, erano pronti sul tavolo del cucinino, appena di fianco al Bancomat Domestico Individuale della BNL, la Banca Nazionale della Letteratura, preparati con perfetto tempismo dalla Personal-Cook sincronizzata con la temperatura del letto. Il televisore subliminale stava trasmettendo le notizie del giorno. 

Il Golfo era talmente placido che irakeni e kuwaitiani ci andavano insieme in pattino. Palestinesi e israeliani ballavano la danza del fazzoletto. Nelle Filippine tutti si abbracciavano e non c’era nessuna rivolta militare. In Africa il tasso di mortalità infantile era sceso a zero. L’Aids era sgominato. Il buco nell’ozono sparito. Il presidente americano e quello russo avevano assicurato per la settimana seguente l’annuncio del nome del loro Erede Unico. Di conseguenza, la Commissione Permanente per la Pace Universale sarebbe stata sciolta, visto che i suoi membri erano ormai pagati a ufo. Il signor L. O. scosse il capo e si voltò dalla parte opposta, determinando lo spegnimento automatico del televisore. Mai una notizia interessante.

Si spolverò il viso con la Shaving-Tonic-Powder e poi si lavò, trovandosi perfettamente rasato e tonificato. I denti se li era puliti due settimane prima con l’apparecchio al fluoro-cloro-trombone, e di conseguenza per sei mesi era a posto. Il polsino della camicia gli disse che era ora di uscire. Comoda questa idea di avere l’orologio incorporato nelle nuove Shirt-Watch. E fantastica l’idea che i polsini delle medesime si ricaricassero con il calore emesso dalla Stiratrice Universale. Del tutto logico, invece, ma comunque comodo, che a determinare il passaggio dall’ora solare a quella legale fosse, automaticamente, l’inclinazione del sole sulla linea ideale che correva tra il parafulmine della Casa Bianca e quello del Cremlino, checché potessero dirne i tedeschi, i giapponesi e i polacchi. 

I quali ultimi avrebbero addirittura preteso di applicare alla questione — manualmente! — un ingarbugliatissimo indice calcolato sulla formula per la produzione della birra applicata al numero dei peli (spezzati in quattro) di figli, nipoti e pronipoti di Lech Walesa. Famiglia che secondo le ultime stime ufficiali risultava composta da sette milioni trecentoventiseimila zerozerotre individui, tutti credenti e praticanti, anche se equamente ripartiti nei quattro sessi riconosciuti e codificati dall’anagrafe e dal Sinodo delle Chiese Monoteiste Uniate.

Ausilio, l’Autom-Portiere, lo salutò con grande calore, anche se con voce stranamente impastata e con movenze insolitamente goffe, consegnandogli un’aero-missiva appena arrivata. Il signor L. O. si annotò nel DataBase mentale di avvisare la Fraterna Gestione Centralizzata della Vita Condominiale che era forse il caso di provvedere a una verifica della Funzione Sound e dei Chip della Mozione del bravo automa, anche lui ormai di mezza età.

Quindi osservò la lettera. Ci aveva messo non più di un giorno ad arrivare. Caspita. La aprì. Rimase interdetto. Le GalactoEdizioni Bodoni & Garamond, cui da qualche anno erano affidate le opere del suo ingegno, lo informavano che la SIAE, Società per l’Idillio tra Autori ed Editori, aveva riscontrato nel rendiconto relativo all’ultimo romanzo un calcolo sbagliato a suo sfavore. Le copie-omaggio detratte dai diritti d’autore non erano 2370 bensì 237.

«Ci scusiamo per il deplorevole disguido», concludeva la sbalorditiva aero-missiva. Gli rendevano il maltolto. Gli davano dei soldi. Un vero sogno. Una volta tanto avrebbe potuto invitare a cena Laura Beatrix in un locale degno di lei.

Il marciapiede, in fibra sintetica rosa dalle sfumature cangianti, gli apparve particolarmente gradevole. Da quando la giunta endecapartito del Comprensorio Territoriale Unificato aveva reso rigorosamente operativo il divieto di ancorare ai davanzali delle finestre aeromobili e stealthmotociclette — oltre che, soprattutto, gli esecrati fuoriatmosfera —, non soltanto si respirava, ma si riusciva persino a vedere il cielo. Toh!

Di nuovo rimase interdetto. Ne succedevano proprio di cotte e anche di crude. Aveva visto passare una fanciulla in bicicletta. Un comune biciclo dei bei tempi andati, con il suo manubrio, le sue gomme, i freni, il catarifrangente, le ruote, il cestello. Un oggetto antidiluviano, ma il motivo di tanto stupore era un altro. Ben altro. C’era veramente aria di sogno. Non soltanto, infatti, la fanciulla pedalava sulla carreggiata senza zigzagare sul marciapiede, ma — il signor L. O. si sfregò gli occhi, estaticamente incredulo — procedeva sulla destra invece che contromano. Che cosa stava succedendo? L’anziano scrittore applicò la Funzione Retrovisiva per verificare se per caso avesse alle spalle il bravo Ausilio, con i cui Chip Auricolari commentare lo sconvolgente evento, ma non vide nessuno.

D’altra parte non aveva tempo da perdere. Doveva andare alla sede dell’INPS, l’Istituto Neoconsolidato per il Pubblico Sollazzo, dove era stato convocato per comunicazioni ’’urgenti’’ relative alla sua pratica di pensionamento. Da quando il BlitzMinistro per il Benessere Collettivo aveva imposto al Parlamento Unificato Ciscaucasico lo spostamento dell’età pensionabile al compimento dei cento anni, il benemerito Ente aveva cominciato a incontrare qualche intoppo.
Come regolarsi, per esempio, per il calcolo del coefficiente del giorno in cui l’avente diritto si era seduto per la prima volta sul vasino? Mica tutti, dopo circa novantanove anni, se ne ricordavano. E, d’altra parte, fino a qualche tempo prima non era stato obbligatorio inserirlo nei calcolatori insieme all’asilo, onde applicare al calcolo della pensione anche il valore rivalutato del consumo di latte e lecca lecca.

L’Air-Tram arrivò dopo pochi secondi, depositando lo scrittore esattamente davanti alla sede dell’Ente. Il signor L. O. entrò, preparato ad aspettare una decina di ore e anche a essere un po’ schiaffeggiato. Pazienza. Per un povero letterato senza Nobel la pensione può essere di importanza letteralmente vitale. Chissà come si erano ulteriormente ingarbugliate le cose, lì dentro, nei quasi cinquant’anni trascorsi da quando era venuto lì per presentare la domanda che aveva motivato questa convocazione ’’urgente’’.

Gli si fece incontro un’affascinante hostess, che con un sorriso radioso lo invitò a prendere posto su una poltroncina. «La prego di pazientare un poco», disse con la voce di un flauto dolce. «Ci vorrà un po’ di tempo. Per l’esattezza, cinque minuti, trentasette secondi e settantaquattro centesimi. Per farci perdonare, possiamo offrirle un caffè? Un tè al gelsomino? Non so: un tamarindo?»

Il signor L. O. non ascoltava più. Del resto non c’era niente da sentire: si era svegliato da un sogno tutto in rosa.

© Mario Biondi

giovedì 5 novembre 2015

Letteratura USA Western? Preferisco Thomas Savage

Foto di Adison Berkley (da Wikipedia)

Nonostante il mio vivo interesse per la narrativa americana non conoscevo Thomas Savage. Mi sono imbattuto in due suoi libri nel 2002-2003, quando creavo-dirigevo il bellissimo InfiniteStorie.it, recentemente assassinato dall’editore.
Ecco che cosa ne scrivevo:


(2002) Una straordinaria voce del West
“Il potere del cane”
ISBN: 8879285904

Le vie del Sistema della Moda sono perlomeno contorte, per non dire misteriose. E in modo ugualmente misterioso agisce il Sistema della Moda nell'ambito dei libri. In qual modo spiegare, infatti, con tutta la roba mediocre e minima minima che siamo stati esortati, invitati, blanditi, indotti, sedotti a leggere in questi ultimi decenni – nell'ambito della narrativa USA –, come mai nessuno di noi abbia mai sentito nemmeno nominare Thomas Savage? E, si badi bene, non soltanto qui in Italia ma anche nella sua madrepatria. Anche lì, di Savage – classe 1915, di Salt Lake City – si è cominciato a parlare sul serio, e in toni di grande calore, in pratica soltanto nel 2001, quando è stato finalmente ripubblicato quello che si ritiene il suo migliore romanzo, Il potere del cane, che in origine è del 1968. Trentacinque anni fa. Il largo pubblico non lo aveva assolutamente notato, nonostante la buona accoglienza critica ricevuta. Del resto Savage ha pubblicato altri dodici romanzi, e anche di essi non si è accorto quasi nessuno. Finalmente Il potere del cane è uscito anche in Italia.

Alla fine degli anni Sessanta e in tutti i Settanta vi erano evidentemente altre priorità culturali. Negli Ottanta, poi, dovevano trionfare a tutti i costi le "mille luci", moderno succedaneo dei cinematografici telefoni bianchi del bel tempo andato. Tutto andava bene, tutto "doveva" andare bene, guai a metterlo in dubbio in qualsiasi modo: come inquadrare in un simile contesto l'amara e aspra vicenda raccontata da Savage nel suo Potere del cane? Adesso però la critica americana parla di "grande scrittore", uno di quelli che trasformano la prospettiva letteraria, e lo affianca ad altri grandi come Steinbeck, Hemingway (che in realtà non sembra entrarci un granché), Faulkner e via dicendo. E sembra sorprendentemente vero.

Anni Venti, dopo lo sbandamento della Grande guerra, prima della tremenda crisi di fine decennio, ma già con in vista qualche avvisaglia persino nel remoto Montana. Un giovane medico in cerca di lavoro si trasferisce con l'altrettanto giovane moglie in una cittadina della frontiera West e lì si mette a esercitare onestamente la sua professione. Ma è un perdente nato, niente sembra andargli bene, neanche il figlio che gli nasce. Adeguarsi alla rozzezza di modi del luogo gli risulta impossibile. Non può farcela; alla fine del tunnel lo attende una corda. A trovarlo impiccato è il figlio bambino.
E la chiave di volta della vicenda sarà proprio questo figlio, divenuto adolescente e avviato con quasi trasognata determinazione a seguire gli studi e la professione medica del padre. Un ragazzo strano, difficile, sfuggente, apparentemente effeminato, traumatizzato dalla morte del padre e dalla violenza in mezzo a cui è costretto a vivere e a cui è fermamente deciso a non cedere. Questa parte del libro, questi personaggi, non possono davvero non evocare uno dei grandissimi della letteratura USA, John Steinbeck: sembrano scene uscite da Furore, da Uomini e topi.

Da una certa Edith Wharton e quindi da un certo Henry James sembrano invece uscire altri personaggi. Il Vecchio Signore e sua moglie, esponenti del bel mondo blasé dell'Est americano, venuti a fare i fattori, ad allevare bestiame nell'aspro West, tra le rocce del Montana. Due personaggi del tutto estranei a quel mondo, gente abituata a leggere, ad ascoltare musica lirica, a mettere in tavola coppette lavadita, piattini per il burro e strane posate di cui nessuno sa che cosa fare. Erano già ricchi, diventano ricchissimi; in buon punto decidono di lasciare l'azienda nelle mani dei due figli divenuti adulti e di ritirarsi a vivere nell'agio di un ottimo albergo di Salt Lake City.

A questo punto il romanzo si fa (un po'), più che Faulkner, Tennessee Williams. I due figli dei Vecchi Signori, con i loro tic, sembrano uscire da una delle sue tormentate vicende, soprattutto il maggiore, Phil, intelligentissimo, laboriosissimo, rudissimo, che vive nel mito dell'unica persona che abbia mai ammirato in vita sua, anzi forse addirittura – chissà, senza mai ammetterlo, senza mai nemmeno consentire al pensiero di affiorare – amato: Henry Bronco, il grande cowboy che quando lui era ragazzo gli ha insegnato tutto della vita. L'altro fratello, George, onesto, serio, affidabile, taciturno, è a suo modo un succube, vive all'ombra del maggiore. Quarantenni, dormono tuttora in due lettini affiancati nella loro camera di ragazzi.

E quando George decide di abbandonare questa camera, la più profonda agitazione cala a tinte lividissime dalle desertiche giogaie del Montana. George ha conosciuto la vedova del medico suicida, ha deciso di sposarla e la porta nella proprietà, a dormire con lui, in un'altra stanza. La vita al ranch diviene un vero tormento, sulla donna e sul suo singolare figlio incombe davvero la tragedia. In quella casa, in quell'aspro mondo plasmato dagli Henry Bronco, o loro o Phil. Ed è normale che il cane potente morda e scacci quello meno forte. Se non, addirittura, che lo uccida.

Così il libro arriva a un finale assolutamente non rivelabile, addirittura nemmeno accennabile, che riserva una sorpresa stupefacente e parla la lingua narrativa di un altro grandissimo della letteratura americana, che non sembra esser stato citato da nessuno dei nuovi aficionado di Savage: Edgar Allan Poe.

(2003) Torbidi destini nel Mid West americano
“La regina delle greggi” 
ISBN: 887928584X

Il lettore di un testo letterario non dovrebbe cedere alle interpretazioni psicologizzanti, che possono essere molto fuorvianti e indurre a equivoci fatali. E ancora meno, ovviamente, dovrebbe farlo il recensore. Ma come si fa, in certi casi, di fronte al riproporsi, nei testi di un autore, di certe situazioni topiche? Come avviene, per esempio, in Thomas Savage, o perlomeno nei suoi due romanzi più noti: Il potere del cane (1967, tradotto nel 2002) e La regina delle greggi (1977, tradotto nel 2003).

Già recensendo il primo avevamo creduto di poter indicare Tennessee Williams tra i padri putativi di questo importante (e colpevolmente poco conosciuto) scrittore americano, se non altro per l’utilizzo di certi materiali abituali del grandissimo drammaturgo: il suo insistere su situazioni torbide di famiglia. Nel Potere del cane ci sono due fratelli adulti, allevatori del West, che vivono una sorta di incesto omosessuale, non dichiarato e ancor meno (chissà…) praticato, ma di cui nondimeno si avverte fortissimo il peso, quasi persino l’acre sentore mascolino, in quella loro cameretta comune da eterni adolescenti. E l’arrivo di una moglie per il minore dei due scatena i torbidi che porteranno alla tragedia finale. La donna, dal canto suo, è una fragile vittima dell’alcol...

Orbene, seppure in maniera oscura e a tratti persino un po’ confusa, anche nella parte finale di La regina delle greggi compaiono due fratelli adulti che vivono in simbiosi (e anche i loro genitori sono due persone di grande chic venute come per caso dalla East Coast a fare gli allevatori nel West). E compare anche l’astio di uno dei due fratelli per la moglie dell’altro. La quale moglie cede a sua volta all’alcol, anche se in questo caso (ma nessuno lo sa) ha una colpa da nascondere. Se il deus ex machina del primo romanzo è il figlio adolescente della donna poco felice, nel secondo la situazione si ripete pari pari, anche se in questo caso il figlio è adulto e fa lo scrittore ed è costretto del tutto suo malgrado a indagare sul passato della madre e sulla sua presunta colpa.

Nel 1912, a Seattle, una bambina viene adottata da una famiglia cui è tragicamente morto il figlio giovinetto. Questa bambina è stata abbandonata in un ospedale dalla madre, che ha dato il suo consenso scritto a che qualcuno la adottasse. Divenuta largamente adulta, e con un matrimonio poco fortunato alle spalle, la benestante e ostinata Amy decide di mettersi alla ricerca dei genitori naturali. Il padre adottivo, infatti, un probo e noioso avvocato, le ha lasciato tutta la documentazione del caso, da usare se mai le fosse venuta voglia di indagare sulla propria realtà. Nome del padre, nome della madre, dichiarazione firmata dalla madre…

Sulla costa opposta degli Stati Uniti, nel Maine, vive uno scrittore di buon successo e anche lui largamente adulto, Thomas Burton, discendente di due famiglie di allevatori, una di bovini e una di ovini. Pecore, insomma: “greggi”. I vaccari per parte di padrigno e i pecorai per parte di madre, la dolce, fragile, irreprensibile Beth. Una vita tranquilla, non più di tanto turbata dal fatto che il padre naturale di Thomas è un bell’uomo scapestrato che in gioventù è riuscito a far girare la testa alla dolce e ben educata Beth, figlia della poderosa e inflessibile dominatrice della famiglia pecoraia, La regina delle greggi, che a ben altre nozze l’aveva destinata.

Il matrimonio non è potuto durare, il bel Burton padre ha scelto la libertà e Beth ha trovato un nuovo marito nel solido (ma quanto torbido…) allevatore di vacche di cui sopra, che ha accolto in casa sua il bambino di primo letto, non senza però una discreta freddezza e durezza.

Una vita tutto sommato tranquilla, è il caso di ripetere. Che però a un certo punto va letteralmente in frantumi quando dalla cassetta della posta dello scrittore Thomas Burton emerge una lettera in cui una certa Amy dichiara di essere nientemeno che sua sorella di sangue, figlia come lui dello scapestrato Ben Burton e della dolce Beth. Ma, diversamente da lui, abbandonata al suo destino in un ospedale subito dopo la nascita e adottata.

Thomas Burton non ci può credere, non può credere a un simile comportamento da parte della dolcissima madre. La quale comunque non vive nemmeno più, è morta. Thomas nega (soprattutto a se stesso), cerca di traccheggiare, spera che l’intrusa rinunci alle sue ricerche genealogiche, si metta il cuore in pace e sparisca.

Invece è lui che non riesce a mettersi il cuore in pace. La mamma non c’è più, ma c’è ancora uno stuolo di vecchie zie a cui chiedere cautamente notizie. E con altrettanta cautela le zie cominciano a rispondere, a concedere qualche vago indizio, in un tono sempre dolcemente svampito, ma proprio per questo sempre meno incredibile.

Così lo scrittore Thomas Burton, alter ego di Thomas Savage, risale di generazione in generazione nella storia delle sue due famiglie, ma soprattutto in quella materna, quella della durissima Regina delle greggi, inflessibile e abilissima negli affari. In cerca di una verità bruciante ma liberatoria.

E di nuovo il lettore è incantato dai grandi scenari del Mid West, Montana e Idaho, con i loro pascoli e le loro montagne, lo Spartiacque Continentale, e il carattere duro, chiuso ma in fondo anche un po’ svitato dei suoi abitanti. Con l’aggiunta di paesaggi dei due oceani, Seattle e il Maine.

Paesaggi grandiosi ma anche capaci di grande tetraggine, tetraggine che, diversamente dall’altro romanzo, in La regina delle greggi è temperata da squarci di finissima ironia, che, stranamente, fanno venire in mente certe scene di famiglia di Anne Tyler, che però sono di molto successive. Questo soltanto per confermare la posizione centrale di Thomas Savage nella grande letteratura americana, come possibile figlio e a sua volta possibile padre di altri scrittori.