mercoledì 27 dicembre 2017

I cristiani monofisiti siriaci. Dimenticati da tutti, massacrati da tutti. Da sempre…

Il vescovo Javanis di Mar Gabriel
Arriva finalmente notizia che per i siriaci iracheni sarebbe possibile cominciare a tornare nelle loro case lasciando quelle dei parenti turchi, che li hanno ospitati generosamente — e non senza rischio — in questi terribili mesi. Quando viaggiavo da quelle parti non mi è stato possibile visitare la loro terra — i viaggi individuali erano severamente proibiti dal governo dell’Iraq, niente visti —, ma ho girato qua e là con grande piacere ed emozione in quella dei turchi. Ne ho raccontato qualcosa nel mio romanzo “L’Araba Fenice” (uscito nel 1986 con il titolo “La civetta sul comò” per imposizione dell’editore), ma soprattutto ne ho scritto nel mio primo libro di viaggi, “Güle güle. Parti con un sorriso”. Ecco qui di seguito quei miei ricordi.

«La notte trascorsa sul Nemrut Dagi, con la giornata che l'aveva preceduta, è probabilmente stata una delle più singolari e affascinanti della mia vita, insieme a quelle del Sahara di qualche anno prima. Ma non ne scorderò mai nemmeno un'altra, di un paio di giorni prima. E di entrambe devo ringraziare l'imam Khomeini e i tumulti dei suoi seguaci. Senza di essi, quell'estate del 1978 sarei andato in Iran e non sarei sceso nell'estremo Sud-Est dell'Anatolia.

Caracollando lungo il margine del Kurdistan iracheno dopo essermi fermato un paio di giorni a sguazzare nel sale del lago di Van – visitando rovine armene e urartu –, ero arrivato a dormire a Mardin, città bellissima, nobilissima, adagiata sul fianco di una rupe rocciosa davanti al deserto siriano. Dalla finestra del mio albergo, che dominava tutto, si vedeva una sfilata di tetti digradanti, una vera e propria scalinata di terrazzi piena di vita giorno e notte. Tutta la città sembrava dormire sui tetti.

Anche lì avevo avuto qualche inconsapevole problemino di Ramadan, visto che avevo continuato per una mezz'oretta a offrire ostinatamente una sigaretta a un ragazzetto che aveva attaccato bottone, anche lui probabilmente soltanto per dissuadermi dal fumare in pubblico in quei giorni. Non era comunque successo niente di grave: soltanto una spiacevole sensazione sotto pelle di non essere un ospite particolarmente gradito. Ma la città era splendida, avevo cenato e dormito benissimo.
Il mattino, svegliatomi molto di buon'ora (che straordinario spettacolo il brulicare di vita al risveglio sui terrazzi sotto la mia finestra), ero tornato parzialmente sui miei passi per andare a visitare le chiese e i monasteri siriaci del Tur Abdin. Sono lì dal V secolo a tenere in vita l'interpretazione del Cristianesimo dei monofisiti, dichiarata eresia da almeno un paio di Concili a partire dal 448. Ma i monofisiti siriaci (oltre a quelli copti e armeni) sono ancora lì a sostenere il loro punto di vista e a litigare con i curdi.

Il centro più importante della zona è Midyat, equamente divisa in due sobborghi tra le due etnie e religioni. Luogo notevole. A poca distanza c'è probabilmente il più interessante dei monasteri: Mar Gabriel. Vi arrivai di mattino ancora abbastanza presto, dopo aver dato un passaggio a un giovanotto beatamente ignaro, con i due polli che teneva stretti nel pugno per le zampe, di essere una perfetta replica curda di Renzo Tramaglino.

Il monastero è protetto da mura profonde non so quanti metri, in cui si apre una pesantissima porticina. Era chiusa, picchiai con il batacchio sul legno. Nessuna traccia di vita. Picchiai di nuovo, più forte. Una terza volta. Ancora niente. Ma finalmente, quando avevo già quasi deciso di rimettermi in viaggio, ecco la porticina girare su cardini cigolanti, ecco aprirsi una strettissima fessura ed ecco nella fessura apparire i due più stupefacenti culi di bicchiere che avessi mia visto in vita mia. Davano un barlume di vista allo scaccino del monastero, che mi guardò molto stupito. In turco con un po' di inglese volle sapere chi fossi, da dove venissi, come fossi arrivato lì.

Gli mostrai la mia auto, parcheggiata davanti alla porta, a pochi decimetri da noi. Strizzò molto gli occhi per inquadrarla nel campo visivo, poi mi afferrò di botto per un braccio e mi trascinò oltre la porticina che chiuse con un formidabile tonfo, sbarrandola.

Senso di ciò che mi disse: «Se ti vedono i curdi sei fatto».

L'altro giorno – aggiunse – è arrivato qui un pulmino di turisti belgi. Mentre erano dentro a visitare il monastero, i curdi hanno costruito un muro di pietre davanti al veicolo, un altro dietro, e quando i belgi sono usciti hanno dovuto consegnare tutto quello che avevano, altrimenti non li lasciavano andare via.

Mi voltai di scatto verso la porticina. A scanso di equivoci, non era meglio se cambiavo aria subito? Lo scaccino non mi mollò il braccio, spiegandomi con tono professorale che ormai i curdi mi avevano visto, quindi ero già perduto, ma quasi sicuramente non mi avrebbero fatto niente, perché ero solo e di conseguenza rendevo poco, e loro non avevano tempo da perdere.

Non molto tranquillizzante ma non c'era niente da fare, non mi mollava il braccio, ero costretto a seguirlo. Finalmente ci venne incontro un signore molto distinto, dotato di un inglese perfetto: lo insegnava ai giovani cristiani di Midyat che venivano lì a studiare. Lo scaccino dovette battere in ritirata, borbottando. Chiesi al professore ragguagli sull'eventualità di essere rapinato e spogliato dai curdi. «Qualche volta succede» rispose con una anodina scrollata di spalle.

Ma ormai ero lì e dovevo visitare il monastero. Inoltre la notizia del mio arrivo era già stata portata al locale capo carismatico della comunità siriaca, il vescovo Javanis Bilgig, che mi aspettava nel suo alloggio. Prima però mi toccò visitare la cripta con tutte le sue tombe di santi. Bella, credo, ma non potei goderla un granché.

Appena entrati, nel semibuio, vidi il professore sollevare la sottanona, farne emergere un grosso calcagno scalzo e pestarlo sulla terra battuta del pavimento, con diverse torsioni. Guardando bene, vidi qualcosa di spiaccicato. «Uno scorpione» spiegò il professore in tono annoiato. «Ce n'è un sacco.»

Le tombe potevano anche essere sublimi: per tutta la visita alla cripta non feci altro che guardare negli immediati paraggi dei miei piedi, anch'essi seminudi e protetti soltanto da sandali pieni di fessure.

Ma finalmente fui condotto al cospetto del vescovo Javanis. Al centro di una sala, sul pavimento, era steso un materasso, su cui era adagiato un uomo di solenne vecchiezza, tunica rosso fuoco, piedi nudi (doveva essere un'usanza del luogo), lunga barba candida, gigantesco cornetto acustico color argento retto a uno dei due orecchi. Un sorriso cordialissimo sotto due occhi di una vivacità straordinaria.
Ricevetti la mia benedizione, e il vescovo chiese al mio accompagnatore informazioni su di me. Gli furono fornite, generando profondi assensi. Bene, bene, diceva intanto educatamente in turco per farsi capire anche da me. Ma da dove vieni? fu l'ultima domanda, rivolta direttamente a me.
Dall'Italia, risposi. Italia? E dove sarebbe?

Poi, con un lampo di malizia negli occhi cilestrini: Ah, già, dalle parti della Romania.

E con una nuova benedizione dell'antico eretico – dovetti chinarmi verso di lui perché potesse impormela sulla guancia come una specie di cresima – fui congedato. Lo splendido vecchio si lasciò andare sulla stuoia e il cornetto acustico fu posato a troneggiare lì accanto.

La visita al monastero era conclusa, ma il professore di inglese non mi permise assolutamente di andarmene da solo. Riprendendo il discorso dello scaccino, profetizzò orribili sevizie sulla mia persona da parte dei curdi. E comunque, aggiunse, così da solo non sarei mai riuscito a trovare le diverse chiese sparse per la campagna. Mi affidò quindi a un giovanotto che pensavo avesse sui trentacinque anni e invece, sedutosi accanto a me sull'auto, mi rivelò di essere studente in un collegio di Istanbul. Un po' ripetente, forse, non saprei.

Conosceva a memoria tutte le canzoni dei Beatles ed era stonato, ma mi fece fare uno splendido giro in campagna tra polli, capre, fossi e solchi di carri a vedere chiese di ben oltre mille anni, che davvero da solo non sarei mai riuscito a trovare. Il prete di una di esse, la più bella, mi ingiunse di sedermi accanto a lui nell'ombra del portone (piedi canonicamente nudi).

Parli turco? mi chiese. Cenno di diniego. Parli curdo? Idem. Parli siriaco? No. Parli arabo? Macché. Scosse a lungo la testa, borbottando qualcosa che significava chiaramente: e allora che cosa diavolo vieni fin qui a fare? Poi spedì il giovanottone oltre l'iconostasi di tessuto trasparente a leggere con voce tonante il Vangelo, non so se in siriaco o aramaico: con voce ancor più tonante gli correggeva gli errori. Avrei dato chissà che cosa per avere con me un registratore.

Alla fine della gita mi toccò trasportare a Midyat tutta una coloratissima famigliola che doveva andare dal medico: padre, madre e figlioletta malata. Eravamo in auto in cinque, niente di particolare sull'asfalto o anche sulla terra battuta, ma lì eravamo in mezzo ai fossi.A ogni solco più profondo mi toccava fermarmi e, per poter cautamente proseguire, far smontare il mio baffuto angelo custode e la famigliola, esclusa la bambina malata. La quale era arciconvinta che i suoi genitori volessero liberarsi di lei vendendomela ed esplodeva raffiche di urla disumane. Il viaggio durò più di un'ora, con una decina di soste squarciate da strida strazianti, ma come Dio volle arrivammo a destinazione. La famigliola non si sognò nemmeno di ringraziarmi. Erano evidentemente parenti di tutto il paese, furono abbracciati dalla popolazione al completo, si dissolsero in mezzo a essa e scomparvero. Meno male.

Era ormai tardi, a Midyat non c'era dove andare a dormire. Accettai l'invito del professore di inglese, trasmessomi dal baffuto fan dei Beatles, e passai la notte in una cella del monastero, dove oltre a tutto mi diedero da mangiare benissimo. Un'altra serata sensazionale. Il mattino dopo la mia auto era lì ad aspettarmi fuori dalla porticina. Nessun curdo l'aveva naturalmente violata.»

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