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giovedì 5 novembre 2015

Letteratura USA Western? Preferisco Thomas Savage

Foto di Adison Berkley (da Wikipedia)

Nonostante il mio vivo interesse per la narrativa americana non conoscevo Thomas Savage. Mi sono imbattuto in due suoi libri nel 2002-2003, quando creavo-dirigevo il bellissimo InfiniteStorie.it, recentemente assassinato dall’editore.
Ecco che cosa ne scrivevo:


(2002) Una straordinaria voce del West
“Il potere del cane”
ISBN: 8879285904

Le vie del Sistema della Moda sono perlomeno contorte, per non dire misteriose. E in modo ugualmente misterioso agisce il Sistema della Moda nell'ambito dei libri. In qual modo spiegare, infatti, con tutta la roba mediocre e minima minima che siamo stati esortati, invitati, blanditi, indotti, sedotti a leggere in questi ultimi decenni – nell'ambito della narrativa USA –, come mai nessuno di noi abbia mai sentito nemmeno nominare Thomas Savage? E, si badi bene, non soltanto qui in Italia ma anche nella sua madrepatria. Anche lì, di Savage – classe 1915, di Salt Lake City – si è cominciato a parlare sul serio, e in toni di grande calore, in pratica soltanto nel 2001, quando è stato finalmente ripubblicato quello che si ritiene il suo migliore romanzo, Il potere del cane, che in origine è del 1968. Trentacinque anni fa. Il largo pubblico non lo aveva assolutamente notato, nonostante la buona accoglienza critica ricevuta. Del resto Savage ha pubblicato altri dodici romanzi, e anche di essi non si è accorto quasi nessuno. Finalmente Il potere del cane è uscito anche in Italia.

Alla fine degli anni Sessanta e in tutti i Settanta vi erano evidentemente altre priorità culturali. Negli Ottanta, poi, dovevano trionfare a tutti i costi le "mille luci", moderno succedaneo dei cinematografici telefoni bianchi del bel tempo andato. Tutto andava bene, tutto "doveva" andare bene, guai a metterlo in dubbio in qualsiasi modo: come inquadrare in un simile contesto l'amara e aspra vicenda raccontata da Savage nel suo Potere del cane? Adesso però la critica americana parla di "grande scrittore", uno di quelli che trasformano la prospettiva letteraria, e lo affianca ad altri grandi come Steinbeck, Hemingway (che in realtà non sembra entrarci un granché), Faulkner e via dicendo. E sembra sorprendentemente vero.

Anni Venti, dopo lo sbandamento della Grande guerra, prima della tremenda crisi di fine decennio, ma già con in vista qualche avvisaglia persino nel remoto Montana. Un giovane medico in cerca di lavoro si trasferisce con l'altrettanto giovane moglie in una cittadina della frontiera West e lì si mette a esercitare onestamente la sua professione. Ma è un perdente nato, niente sembra andargli bene, neanche il figlio che gli nasce. Adeguarsi alla rozzezza di modi del luogo gli risulta impossibile. Non può farcela; alla fine del tunnel lo attende una corda. A trovarlo impiccato è il figlio bambino.
E la chiave di volta della vicenda sarà proprio questo figlio, divenuto adolescente e avviato con quasi trasognata determinazione a seguire gli studi e la professione medica del padre. Un ragazzo strano, difficile, sfuggente, apparentemente effeminato, traumatizzato dalla morte del padre e dalla violenza in mezzo a cui è costretto a vivere e a cui è fermamente deciso a non cedere. Questa parte del libro, questi personaggi, non possono davvero non evocare uno dei grandissimi della letteratura USA, John Steinbeck: sembrano scene uscite da Furore, da Uomini e topi.

Da una certa Edith Wharton e quindi da un certo Henry James sembrano invece uscire altri personaggi. Il Vecchio Signore e sua moglie, esponenti del bel mondo blasé dell'Est americano, venuti a fare i fattori, ad allevare bestiame nell'aspro West, tra le rocce del Montana. Due personaggi del tutto estranei a quel mondo, gente abituata a leggere, ad ascoltare musica lirica, a mettere in tavola coppette lavadita, piattini per il burro e strane posate di cui nessuno sa che cosa fare. Erano già ricchi, diventano ricchissimi; in buon punto decidono di lasciare l'azienda nelle mani dei due figli divenuti adulti e di ritirarsi a vivere nell'agio di un ottimo albergo di Salt Lake City.

A questo punto il romanzo si fa (un po'), più che Faulkner, Tennessee Williams. I due figli dei Vecchi Signori, con i loro tic, sembrano uscire da una delle sue tormentate vicende, soprattutto il maggiore, Phil, intelligentissimo, laboriosissimo, rudissimo, che vive nel mito dell'unica persona che abbia mai ammirato in vita sua, anzi forse addirittura – chissà, senza mai ammetterlo, senza mai nemmeno consentire al pensiero di affiorare – amato: Henry Bronco, il grande cowboy che quando lui era ragazzo gli ha insegnato tutto della vita. L'altro fratello, George, onesto, serio, affidabile, taciturno, è a suo modo un succube, vive all'ombra del maggiore. Quarantenni, dormono tuttora in due lettini affiancati nella loro camera di ragazzi.

E quando George decide di abbandonare questa camera, la più profonda agitazione cala a tinte lividissime dalle desertiche giogaie del Montana. George ha conosciuto la vedova del medico suicida, ha deciso di sposarla e la porta nella proprietà, a dormire con lui, in un'altra stanza. La vita al ranch diviene un vero tormento, sulla donna e sul suo singolare figlio incombe davvero la tragedia. In quella casa, in quell'aspro mondo plasmato dagli Henry Bronco, o loro o Phil. Ed è normale che il cane potente morda e scacci quello meno forte. Se non, addirittura, che lo uccida.

Così il libro arriva a un finale assolutamente non rivelabile, addirittura nemmeno accennabile, che riserva una sorpresa stupefacente e parla la lingua narrativa di un altro grandissimo della letteratura americana, che non sembra esser stato citato da nessuno dei nuovi aficionado di Savage: Edgar Allan Poe.

(2003) Torbidi destini nel Mid West americano
“La regina delle greggi” 
ISBN: 887928584X

Il lettore di un testo letterario non dovrebbe cedere alle interpretazioni psicologizzanti, che possono essere molto fuorvianti e indurre a equivoci fatali. E ancora meno, ovviamente, dovrebbe farlo il recensore. Ma come si fa, in certi casi, di fronte al riproporsi, nei testi di un autore, di certe situazioni topiche? Come avviene, per esempio, in Thomas Savage, o perlomeno nei suoi due romanzi più noti: Il potere del cane (1967, tradotto nel 2002) e La regina delle greggi (1977, tradotto nel 2003).

Già recensendo il primo avevamo creduto di poter indicare Tennessee Williams tra i padri putativi di questo importante (e colpevolmente poco conosciuto) scrittore americano, se non altro per l’utilizzo di certi materiali abituali del grandissimo drammaturgo: il suo insistere su situazioni torbide di famiglia. Nel Potere del cane ci sono due fratelli adulti, allevatori del West, che vivono una sorta di incesto omosessuale, non dichiarato e ancor meno (chissà…) praticato, ma di cui nondimeno si avverte fortissimo il peso, quasi persino l’acre sentore mascolino, in quella loro cameretta comune da eterni adolescenti. E l’arrivo di una moglie per il minore dei due scatena i torbidi che porteranno alla tragedia finale. La donna, dal canto suo, è una fragile vittima dell’alcol...

Orbene, seppure in maniera oscura e a tratti persino un po’ confusa, anche nella parte finale di La regina delle greggi compaiono due fratelli adulti che vivono in simbiosi (e anche i loro genitori sono due persone di grande chic venute come per caso dalla East Coast a fare gli allevatori nel West). E compare anche l’astio di uno dei due fratelli per la moglie dell’altro. La quale moglie cede a sua volta all’alcol, anche se in questo caso (ma nessuno lo sa) ha una colpa da nascondere. Se il deus ex machina del primo romanzo è il figlio adolescente della donna poco felice, nel secondo la situazione si ripete pari pari, anche se in questo caso il figlio è adulto e fa lo scrittore ed è costretto del tutto suo malgrado a indagare sul passato della madre e sulla sua presunta colpa.

Nel 1912, a Seattle, una bambina viene adottata da una famiglia cui è tragicamente morto il figlio giovinetto. Questa bambina è stata abbandonata in un ospedale dalla madre, che ha dato il suo consenso scritto a che qualcuno la adottasse. Divenuta largamente adulta, e con un matrimonio poco fortunato alle spalle, la benestante e ostinata Amy decide di mettersi alla ricerca dei genitori naturali. Il padre adottivo, infatti, un probo e noioso avvocato, le ha lasciato tutta la documentazione del caso, da usare se mai le fosse venuta voglia di indagare sulla propria realtà. Nome del padre, nome della madre, dichiarazione firmata dalla madre…

Sulla costa opposta degli Stati Uniti, nel Maine, vive uno scrittore di buon successo e anche lui largamente adulto, Thomas Burton, discendente di due famiglie di allevatori, una di bovini e una di ovini. Pecore, insomma: “greggi”. I vaccari per parte di padrigno e i pecorai per parte di madre, la dolce, fragile, irreprensibile Beth. Una vita tranquilla, non più di tanto turbata dal fatto che il padre naturale di Thomas è un bell’uomo scapestrato che in gioventù è riuscito a far girare la testa alla dolce e ben educata Beth, figlia della poderosa e inflessibile dominatrice della famiglia pecoraia, La regina delle greggi, che a ben altre nozze l’aveva destinata.

Il matrimonio non è potuto durare, il bel Burton padre ha scelto la libertà e Beth ha trovato un nuovo marito nel solido (ma quanto torbido…) allevatore di vacche di cui sopra, che ha accolto in casa sua il bambino di primo letto, non senza però una discreta freddezza e durezza.

Una vita tutto sommato tranquilla, è il caso di ripetere. Che però a un certo punto va letteralmente in frantumi quando dalla cassetta della posta dello scrittore Thomas Burton emerge una lettera in cui una certa Amy dichiara di essere nientemeno che sua sorella di sangue, figlia come lui dello scapestrato Ben Burton e della dolce Beth. Ma, diversamente da lui, abbandonata al suo destino in un ospedale subito dopo la nascita e adottata.

Thomas Burton non ci può credere, non può credere a un simile comportamento da parte della dolcissima madre. La quale comunque non vive nemmeno più, è morta. Thomas nega (soprattutto a se stesso), cerca di traccheggiare, spera che l’intrusa rinunci alle sue ricerche genealogiche, si metta il cuore in pace e sparisca.

Invece è lui che non riesce a mettersi il cuore in pace. La mamma non c’è più, ma c’è ancora uno stuolo di vecchie zie a cui chiedere cautamente notizie. E con altrettanta cautela le zie cominciano a rispondere, a concedere qualche vago indizio, in un tono sempre dolcemente svampito, ma proprio per questo sempre meno incredibile.

Così lo scrittore Thomas Burton, alter ego di Thomas Savage, risale di generazione in generazione nella storia delle sue due famiglie, ma soprattutto in quella materna, quella della durissima Regina delle greggi, inflessibile e abilissima negli affari. In cerca di una verità bruciante ma liberatoria.

E di nuovo il lettore è incantato dai grandi scenari del Mid West, Montana e Idaho, con i loro pascoli e le loro montagne, lo Spartiacque Continentale, e il carattere duro, chiuso ma in fondo anche un po’ svitato dei suoi abitanti. Con l’aggiunta di paesaggi dei due oceani, Seattle e il Maine.

Paesaggi grandiosi ma anche capaci di grande tetraggine, tetraggine che, diversamente dall’altro romanzo, in La regina delle greggi è temperata da squarci di finissima ironia, che, stranamente, fanno venire in mente certe scene di famiglia di Anne Tyler, che però sono di molto successive. Questo soltanto per confermare la posizione centrale di Thomas Savage nella grande letteratura americana, come possibile figlio e a sua volta possibile padre di altri scrittori. 

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